Tutti i genitori desiderano vedere i propri figli crescere sereni, che si tratti di imparare a leggere, stare attenti a lezione o gestire un momento di rabbia. Eppure, a volte, sembra che ci sia un “freno” tirato: il bambino si sente scoraggiato, la scuola diventa una fonte di tensione o le emozioni sembrano troppo grandi per essere gestite.
Quando succede, la domanda che sorge spontanea è: “Cosa c’è che non va?“. Spesso, però, la domanda giusta non è cosa c’è che non va, ma “come funziona il mondo di mio figlio?”
Non è pigrizia, è un modo diverso di fare le cose
Immaginiamo il cervello di un bambino come una macchina sofisticata: ognuno ha il suo “motore” particolare. Alcuni bambini imparano meglio guardando le immagini, altri preferiscono ascoltare, altri ancora hanno bisogno di muoversi per fissare i concetti.
Quando un bambino fatica — magari a scuola o nel gestire la frustrazione — spesso non è perché “non ha voglia” o “non è capace”. È che le strategie che sta usando per affrontare quel compito non sono le più adatte al suo modo di funzionare. Aiutarlo non significa “aggiustarlo”, ma scoprire insieme a lui quali sono le sue marce più forti e come usarle per superare gli ostacoli.
Il legame speciale tra testa e cuore
Spesso pensiamo che la parte che studia (la “testa”) sia separata da quella che prova emozioni (il “cuore”). In realtà, queste due parti sono collegate da un filo invisibile.
Avete mai notato che quando siamo molto ansiosi o tristi facciamo più fatica a concentrarci? Succede lo stesso ai bambini. Se un bambino vive la scuola o i compiti con paura di sbagliare, la sua mente si chiude “a riccio” e va in tilt. È una reazione naturale del cervello, che cerca di proteggersi.
Per questo motivo, la chiave per imparare non è insistere di più sui libri, ma rendere il bambino più sereno. Quando un bambino si sente capito e sicuro, il suo cervello si “riaccende” e torna curioso di scoprire il mondo.
Il ruolo dei genitori: essere una bussola
Il compito di un genitore, in questi momenti, non è trovare tutte le risposte subito, ma essere la bussola che accompagna il bambino.
Quando si scopre che una difficoltà ha un nome e una spiegazione, accade qualcosa di magico: la tensione diminuisce. Il genitore si sente sollevato perché capisce che non è colpa sua e il bambino si sente sollevato perché capisce che non è “sbagliato”.
L’obiettivo di un percorso di supporto è proprio questo: trasformare la fatica in consapevolezza. Quando un bambino capisce come funziona lui stesso, impara a dire: “Questa cosa è difficile per me, ma so come posso affrontarla”. Questo è il vero segreto dell’autostima: non è dire “sei bravo”, ma dare al bambino gli strumenti per sentirsi capace di affrontare le sfide.
Crescere è un lavoro di squadra. Se senti che tuo figlio sta vivendo una fase in cui la salita è troppo ripida, fermarsi per guardare insieme la strada non è un segno di debolezza, ma un atto di grande amore. La psicologia serve proprio a questo: a rendere il percorso un po’ più chiaro e, speriamo, più sereno per tutti.
Bibliografia
- Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2012). 12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino. Raffaello Cortina Editore.
- Stella, G., & Grandi, L. (2011). Come leggere la dislessia e i DSA. Giunti Scuola.
- Goleman, D. (2006). Intelligenza emotiva. Rizzoli.
- Cornoldi, C. (2019). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento. Il Mulino.